OPEN STUDIO! / 10 OTTOBRE 2026
Presentazione Open Studio
La casa-studio Macaria è uno spazio di pensiero e di sperimentazione. È il luogo dove la ricerca sul significato di fare architettura si incontra con le necessità di sperimentare soluzioni e visioni sempre mutevoli.
Durante OPEN Studio! proviamo a riflettere sulla domanda: “Abbiamo ancora bisogno degli architetti? Se sì, per fare che cosa?”
Se le persone possono costruire, trasformare e immaginare autonomamente i propri spazi, quando diventa necessaria la presenza dell’architetto?
Non tutto ciò che possiamo costruire è necessario. Non tutto ciò che è necessario prende una forma. Forse è proprio qui che comincia il lavoro dell’architetto.
Proviamo a rispondere attraverso un percorso partecipativo per capire insieme quando il progetto diventa necessario e quale responsabilità si è ancora disposti ad affidare agli architetti.
16:00–21:00
Via di Valesio 52, Lecce
PROGRAMMA
What do you need an architect for?
Hai un desiderio, una necessità o uno spazio che vorresti trasformare?
Porta con te ciò che può aiutarti a raccontarlo: una planimetria, alcune immagini, un disegno, un oggetto o un pezzo di materiale e ne parliamo insieme.
Su prenotazione Prenota una sessione
Build without an architect.
Sentitevi liberi di progettare e costruire quello che vi viene in mente! Nessun tema, nessun vincolo, solo materiali e uno spazio dove “costruire”.
Can AI be an architect?
Video in proiezione continua.
Un’intelligenza artificiale dichiara di essere pronta a interpretare il ruolo dell’architetto. Ma generare una soluzione significa davvero progettare?
Aperitivo
Un momento informale per continuare la conversazione, osservare ciò che abbiamo costruito e raccogliere le possibili risposte alla domanda iniziale.
Oggi tutorial, cataloghi, software accessibili, comunità di autocostruzione e intelligenze artificiali permettono a un numero crescente di persone di immaginare, rappresentare e talvolta realizzare autonomamente i propri spazi.
La domanda non è più soltanto chi sia autorizzato a progettare. È necessario chiedersi quale contributo specifico possa ancora offrire l’architetto e, soprattutto, quando la sua presenza diventi realmente necessaria.
Una prima risposta deve essere onesta: non abbiamo sempre bisogno di un architetto. Le persone hanno costruito, adattato e trasformato i propri spazi molto prima che l’architettura diventasse una professione. Continuano a farlo ogni giorno, spostando mobili, appropriandosi di una stanza, riparando una casa, occupando un luogo abbandonato, costruendo strutture temporanee o modificando gli ambienti secondo necessità che nessun progetto avrebbe potuto prevedere.
Secondo Friedman il comportamento delle persone è imprevedibile e l’architettura deve poter essere trasformata, corretta e appropriata nel tempo. Il compito dell’architetto non è necessariamente quello di stabilire una configurazione definitiva, ma di predisporre un sistema comprensibile all’interno del quale le persone possano prendere decisioni.
Staid sotiene che abitare non coincide con il possesso legale di uno spazio e non inizia con l’intervento di un professionista. Gli abitanti di occupazioni, insediamenti informali, comunità e territori marginali non si limitano a partecipare alla trasformazione dei luoghi: producono direttamente il proprio abitare. Possiedono conoscenze concrete sulle relazioni, sulla cura, sulla condivisione delle risorse e sull’adattamento che spesso restano invisibili al progetto istituzionale.
Così anche l’Autoprogettazione di Enzo Mari mette in crisi la separazione tra chi progetta e chi esegue. Le istruzioni offerte da Mari non servono semplicemente a costruire mobili economici. Invitano le persone a comprendere la relazione tra materiale, forma e lavoro. Il progettista non consegna una soluzione conclusa, ma rende accessibile un processo.
Queste esperienze ci chiedono di abbandonare l’idea che la professione sia necessaria perché possiede il monopolio dell’immaginazione. Le persone sanno già immaginare. Tuttavia consegnare interamente il progetto agli abitanti può significare riconoscerne le competenze, oppure abbandonarli davanti a problemi che richiedono conoscenze e responsabilità specifiche.
È in questa differenza che può essere ritrovata la necessità dell’architetto.
La sua presenza diventa importante quando una trasformazione non riguarda più soltanto chi la desidera. Ogni costruzione modifica un contesto, utilizza materia ed energia, occupa suolo, produce costi, influenza il comportamento delle persone e condiziona possibilità future. Anche una scelta apparentemente privata può avere conseguenze sugli altri abitanti, sul vicinato, sul paesaggio e sull’ambiente.
L’architetto diventa necessario quando occorre rendere visibili queste relazioni. Non perché sia in grado di prevedere tutto, ma perché possiede gli strumenti per ampliare la domanda iniziale. Il progetto comincia allora prima del disegno. Comincia nel momento in cui una richiesta viene aperta, discussa e forse contraddetta.
Questo significa che l’architetto non può essere un interprete neutrale dei desideri del committente. Tradurre letteralmente una richiesta in forma costruita non è sufficiente. Il professionista deve poter mostrare alternative, evidenziare rischi e, quando necessario, sostenere che una determinata soluzione non sia opportuna. La sua responsabilità non consiste nell’assecondare ogni desiderio, ma nel mettere quel desiderio in relazione con ciò che lo circonda.
La crisi climatica rende questa responsabilità ancora più evidente. Parlare di architettura naturale non può significare applicare un repertorio estetico fatto di legno, terra e vegetazione. Un materiale naturale può provenire da una filiera distruttiva; un edificio efficiente può occupare nuovo suolo; una tecnologia sostenibile può diventare rapidamente obsoleta. La questione riguarda l’intero ciclo della trasformazione: la provenienza delle risorse, il lavoro necessario, il consumo energetico, la possibilità di manutenzione, la reversibilità e il destino futuro di ciò che costruiamo.
In questo contesto l’architetto dovrebbe diventare anche un custode delle conseguenze. Deve rappresentare interessi che non sempre sono presenti al tavolo: quelli del territorio, delle altre specie e di chi erediterà lo spazio fra molti anni. Non possiede una risposta superiore, ma ha il dovere di introdurre nel progetto domande che il rapporto immediato tra desiderio e costruzione tenderebbe a eliminare.
L’intelligenza artificiale rende ancora più urgente questa ridefinizione. Un sistema può produrre rapidamente immagini, distribuire funzioni, confrontare alternative e sintetizzare informazioni. Può persino imitare il linguaggio con cui un architetto presenta il proprio lavoro. Ma interpretare il ruolo dell’architetto non significa assumerne la responsabilità. L’AI non attraversa fisicamente il luogo, non avverte il caldo, l’odore, la paura o il senso di appartenenza. Soprattutto, non risponde delle conseguenze delle proprie proposte.
La presenza dell’architetto non può quindi essere giustificata dalla sola capacità di generare forme: in questo campo le macchine diventeranno probabilmente sempre più efficaci. Il suo valore risiede nella capacità di formulare un giudizio situato, costruire una relazione e assumere una posizione riconoscibile. La tecnologia può assistere il progetto, ma non può sostituire la responsabilità di chi decide perché, per chi e a quali condizioni una trasformazione debba avvenire.
Abbiamo dunque ancora bisogno degli architetti?